(Abbiamo passato decenni a immaginare macchine capaci di prendere il controllo dell’umanità. Nel frattempo siamo cambiati noi, quasi senza accorgercene.)

Ripensavo a certi film che ho visto e rivisto nel corso della mia vita, da 2001: Odissea nello spazio a WarGames, da Blade Runner a Terminator e Matrix, fino a quella straordinaria e inquietante raccolta di possibilità umane che è Black Mirror. Mi è venuto da sorridere pensando a quanto ci sembrassero lontani i mondi che raccontavano e a quanta paura riuscissero a farci, soprattutto quando eravamo ragazzi e il futuro aveva ancora il fascino di qualcosa che probabilmente non avremmo mai visto realizzarsi.

Per quelli della mia generazione, il futuro è stato a lungo un luogo immaginario nel quale proiettare speranze e paure, con la ragionevole certezza che ci sarebbe voluto parecchio tempo prima di doverci fare i conti. Nel 1968 Kubrick immaginava HAL 9000, un computer capace di dialogare con gli astronauti e prendere decisioni che avrebbero messo in pericolo le loro vite. Quando uscì WarGames, nel 1983, i computer erano ancora oggetti piuttosto misteriosi per la maggior parte delle persone, eppure l’idea che un ragazzino potesse rischiare di scatenare una guerra nucleare giocando con una macchina sembrava già abbastanza plausibile da togliere il sonno.

«Strano gioco. L’unica mossa vincente è non giocare.»

— WarGames, 1983

Poi arrivarono i replicanti di Blade Runner, le macchine assassine di Terminator e quella meravigliosa costruzione filosofica che era Matrix, dove gli esseri umani vivevano inconsapevolmente dentro una realtà artificiale, convinti di essere liberi mentre qualcun altro disponeva delle loro esistenze.

In quasi tutte quelle storie avevamo paura che le macchine diventassero troppo intelligenti, acquisissero una propria volontà e finissero per considerarci un fastidio da eliminare. Ci immaginavamo una guerra, una ribellione, qualcosa di traumatico che avrebbe segnato il passaggio da un mondo governato dagli esseri umani a uno dominato dalle macchine.

Non avevamo previsto che sarebbe potuto accadere qualcosa di molto meno spettacolare, attraverso una quantità di piccoli cambiamenti che avremmo accolto con entusiasmo, uno dopo l’altro, fino a non ricordarci più come vivevamo prima.

E soprattutto non avevamo previsto quanto ci sarebbe dannatamene piaciuto.

Oggi ci svegliamo e la prima cosa che facciamo, spesso ancora prima di alzarci dal letto, è guardare uno schermo. Attraverso quello schermo scopriamo cosa è successo nel mondo, leggiamo le opinioni degli altri e cominciamo a costruirci un’idea della giornata che ci aspetta. Nel frattempo qualcuno ha già selezionato per noi una parte consistente di ciò che vedremo, sulla base delle nostre abitudini, delle persone con cui interagiamo e delle cose che attirano maggiormente la nostra attenzione.

Abbiamo costruito un sistema nel quale l’attenzione è diventata una merce straordinariamente redditizia e, siccome siamo esseri umani, con tutte le nostre debolezze, abbiamo finito per adattarci abbastanza bene e con piacere alle regole del gioco.

Ci indigniamo per questioni delle quali fino a cinque minuti prima ignoravamo l’esistenza, partecipiamo a discussioni con sconosciuti che probabilmente non incontreremo mai e abbiamo sviluppato una curiosa capacità di sentirci coinvolti emotivamente in vicende lontanissime, mentre fatichiamo a trovare il tempo per occuparci di quelle che accadono a pochi metri da casa nostra.

E l’aspetto più interessante della trasformazione che stiamo vivendo è il progressivo scivolamento in uno di vivere diversa perché semplicemente abbiamo trovato comodo e naturale farlo.

Quando uscì The Truman Show, nel 1998, la storia di un uomo che scopriva di essere il protagonista inconsapevole di uno spettacolo televisivo sembrava una delle idee più crudeli che il cinema potesse concepire. Oggi milioni di persone trasformano volontariamente la propria vita in uno spettacolo permanente, mostrando quello che mangiano, dove vanno e come trascorrono le giornate. Altrettante persone dedicano una parte considerevole del proprio tempo a osservare quelle vite, spesso confrontandole con la propria e uscendone inevitabilmente insoddisfatte.

Truman cercava disperatamente di uscire dal suo programma televisivo. Noi ci preoccupiamo quando qualcuno smette di guardarci.

Anche Black Mirror ha raccontato questa evoluzione con una lucidità particolare, perché ha capito che gli strumenti digitali avrebbero trovato terreno fertile proprio nelle caratteristiche più comuni della natura umana. Il bisogno di essere accettati, il desiderio di sentirsi importanti, la paura di essere esclusi e quella piccola dose di esibizionismo che, ammettiamolo, appartiene un po’ a tutti.

Abbiamo finito per considerare normale una rappresentazione continua di noi stessi, al punto che qualche volta sembra quasi che un’esperienza acquisti valore soltanto quando viene condivisa.

E poi c’è l’intelligenza artificiale, con la quale ormai convivo quotidianamente e che continua a sorprendermi, nonostante abbia passato buona parte della mia vita a occuparmi di innovazione e comunicazione (il mio primo computer l’ho avuto a 13 anni), spesso cercando di convincere gli altri a non aver paura delle novità.

La utilizzo per lavoro, per studiare, per approfondire argomenti che mi incuriosiscono e qualche volta semplicemente per il piacere di vedere fin dove riesce ad arrivare. Mi capita di sottoporle questioni sulle quali sto ragionando da tempo e di ritrovarmi, pochi secondi dopo, davanti a risposte che mi avrebbero richiesto ore di ricerca. Altre volte mi restituisce sciocchezze con una sicurezza talmente disarmante che mi ricorda quanto sia pericoloso confondere la capacità di formulare una risposta con quella di conoscere davvero qualcosa.

Eppure continuo a usarla, perché sarebbe assurdo rinunciare a uno strumento del genere. Mi diverte, mi incuriosisce e mi permette di fare cose che fino a poco tempo fa non avrei neppure immaginato anche se mi accorgo di quanto sia facile abituarsi a quella comodità e cominciare a considerare una seccatura attività che prima svolgevo senza neppure pensarci.

Prendiamo la scrittura, per esempio. Scrivo da una vita, prima sui blog e poi sui social, e ho sempre considerato lo scrivere un modo per mettere ordine nei pensieri, qualche volta persino per capire cosa stessi pensando davvero. Adesso posso affidare a una macchina un’idea confusa e ottenere in pochi secondi un testo ben costruito, grammaticalmente corretto e magari anche convincente. Il problema è che spesso non mi riconosco in quello che leggo. Ci trovo parole che non avrei usato, ragionamenti troppo ordinati, una sicurezza nelle conclusioni che non mi appartiene. E soprattutto quella fastidiosa tendenza a rendere tutto sensato, equilibrato e prevedibile, come se anche il dubbio dovesse essere confezionato per fare bella figura.

Per questo mi ritrovo a discutere con l’intelligenza artificiale anche mentre scrivo, a contestarle le risposte, a cancellare interi passaggi e a cercare di recuperare quello che volevo dire prima che lei decidesse come avrei dovuto dirlo.

Non sono preoccupato dal fatto che una AI possa scrivere meglio di me, ammesso che il significato di quel “meglio” sia condiviso. Mi preoccupa piuttosto la possibilità di abituarmi a pensare meno, a cercare meno, a perdere quella curiosità un po’ disordinata che mi ha sempre portato a leggere cose che non c’entravano nulla con quello che stavo cercando, finendo qualche volta per scoprire proprio ciò di cui avevo bisogno.

E immagino appena cosa possa significare tutto questo per chi sta crescendo oggi, per gli studenti che incontro quando insegno e che avranno a disposizione strumenti straordinari prima ancora di aver maturato le conoscenze necessarie per valutarne le risposte. Sarebbe ridicolo pretendere che non li utilizzassero. La questione, semmai, è capire come insegnare loro a servirsene senza rinunciare alla fatica di imparare, perché una risposta corretta non equivale necessariamente ad aver capito qualcosa.

Ogni generazione ha dovuto fare i conti con strumenti che rendevano superflue alcune competenze e ne richiedevano di nuove. Questa volta, però, ho la sensazione che stiamo procedendo a una velocità tale da non avere neppure il tempo di capire quali capacità stiamo guadagnando e quali rischiamo di perdere.

E mentre mi faccio tutte queste domande, continuo naturalmente ad aprire le AI ogni giorno che, a pensarci, racconta abbastanza bene il rapporto che abbiamo con il futuro: ci preoccupiamo delle sue conseguenze mentre contribuiamo, con un certo entusiasmo inconsapevole, a farlo arrivare.

C’è anche una questione politica ed economica che meriterebbe parecchia attenzione. Le infrastrutture sulle quali si sta costruendo una parte importante del nostro futuro sono controllate da un numero relativamente ristretto di imprese, con risorse finanziarie e capacità di influenza che in alcuni casi superano quelle di molti Stati.

Le decisioni che riguarderanno il nostro modo di lavorare, informarci e comunicare saranno influenzate da soggetti che rispondono prima di tutto a logiche industriali e commerciali. Non c’è bisogno di immaginare un nuovo Skynet per preoccuparsi di una concentrazione di potere di queste dimensioni, soprattutto considerando quanto la politica e le istituzioni fatichino già oggi a comprendere e governare le trasformazioni della società contemporanea.

Abbiamo impiegato anni per accorgerci degli effetti dei social network sul dibattito pubblico, sulla diffusione della disinformazione e sulla qualità delle relazioni. Adesso ci troviamo davanti a cambiamenti potenzialmente ancora più profondi, continuando a discutere soprattutto delle opportunità immediate e rimandando le domande sulle conseguenze.

Ripenso a Blade Runner, forse il film che oggi mi sembra più significativo di tutti. I replicanti di Ridley Scott erano creature artificiali che desideravano vivere, ricordare, provare emozioni e dare un senso al poco tempo che avevano a disposizione. Erano ossessionati da ciò che li rendeva simili agli esseri umani, mentre gli esseri umani sembravano aver perso buona parte della sensibilità necessaria per riconoscersi in loro.

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi.»

— Roy Batty, Blade Runner, 1982

Mi domando se non ci sia qualcosa di simile nel nostro presente, con una differenza piuttosto significativa: mentre cerchiamo di costruire macchine sempre più capaci di comportarsi come noi, sembriamo impegnati a organizzare la nostra esistenza secondo criteri sempre più vicini al loro funzionamento.

Misuriamo tutto, cerchiamo di ottimizzare ogni attività, trasformiamo il tempo in una risorsa da sfruttare e consideriamo la lentezza quasi una colpa. Perfino il riposo deve essere produttivo, il divertimento deve diventare un’esperienza da documentare e le relazioni finiscono spesso per essere valutate attraverso la gratificazione immediata che riescono a procurarci.

Forse siamo diventati peggiori o probabilmente siamo rimasti gli stessi esseri umani di sempre, con desideri e contraddizioni che oggi emergono con maggiore evidenza. Ma ho la sensazione che stiamo perdendo progressivamente la capacità di riconoscere quanto alcune delle cose che consideriamo normali siano, in realtà, piuttosto assurde.

Abbiamo a disposizione strumenti che ci permettono di comunicare con chiunque e ci sentiamo spesso soli. Possiamo conoscere in tempo reale quello che accade dall’altra parte del pianeta, ma facciamo sempre più fatica a comprenderne la complessità. Possiamo accedere a una quantità di conoscenza che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare, eppure continuiamo a cercare soprattutto informazioni che confermino quello che pensiamo già.

Forse è proprio questa la cosa che mi inquieta maggiormente del futuro che ci aspetta, più che la possibilità che una macchina diventi cosciente o che decida di ribellarsi, scenari sui quali è giusto interrogarsi ma che appartengono ancora a un territorio pieno di incertezze, temo la difficoltà che abbiamo nel comprendere le trasformazioni che stanno già avvenendo sotto i nostri occhi.

Abbiamo passato decenni a immaginare un futuro nel quale avremmo dovuto difenderci dalle macchine, e adesso rischiamo di arrivarci senza aver capito bene da cosa dovremmo difenderci e, soprattutto, cosa valga la pena proteggere.

Continuo a pensare che il progresso possa aiutarci a vivere meglio, a ridurre le disuguaglianze, a curare malattie e a liberarci da attività faticose o inutili. Non ho alcuna nostalgia per un passato nel quale molte delle opportunità che oggi consideriamo scontate erano semplicemente impensabili.

Vorrei però che fossimo capaci di discutere seriamente di quale società intendiamo costruire, anziché limitarci ad adattarci a quella che prende forma attraverso le decisioni di chi possiede gli strumenti, il potere e le economie per modificarla.

Quando vidi per la prima volta 2001: Odissea nello spazio, HAL 9000 mi sembrava un’invenzione straordinaria e spaventosa. Oggi posso parlare con un’intelligenza artificiale mentre preparo il caffè, chiederle di aiutarmi a scrivere un articolo o discutere con lei di filosofia, e probabilmente tra qualche anno tutto questo mi sembrerà addirittura primitivo.

Non riesco a decidere se sia più sorprendente la velocità con cui abbiamo raggiunto una parte di quel futuro oppure la naturalezza con cui ci siamo abituati a viverci.

So soltanto che, riguardando quei film, mi è venuto un dubbio che da ragazzo non avrei mai immaginato di avere.

E se il problema non fosse quello che le macchine potrebbero diventare, ma quello che noi stiamo diventando mentre le costruiamo?

Forse tra trent’anni qualcuno guarderà i film che raccontano il nostro presente e sorriderà delle nostre paure, proprio come facciamo oggi con quelle di cinquant’anni fa.

Mi piacerebbe soltanto che potesse sorridere anche delle nostre scelte e non perché le troverà tragicamente ingenue.

insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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